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Perché ho paura di restare solo? Una lettura attraverso l’Internal Family Systems (IFS)

3 Luglio 2026

“Perché stare da solo mi fa così paura?”

Molte persone arrivano in terapia con questa domanda. Raccontano di provare un’angoscia intensa quando una relazione finisce, quando il partner si allontana o semplicemente quando si ritrovano da sole.

Alcune cercano continuamente una relazione, altre rimangono in rapporti che le fanno soffrire pur di non affrontare il vuoto. Spesso pensano che il problema sia la solitudine.

Dal punto di vista dell’Internal Family Systems (IFS), però, la domanda cambia. Non è tanto: “Perché ho paura di stare da solo?” Ma piuttosto: “Quale parte di me ha così tanta paura della solitudine?”

In IFS non sei “tu” ad avere paura

Uno dei principi fondamentali dell’IFS è che la nostra mente è composta da diverse parti interiori. Ognuna di queste parti ha sviluppato un ruolo preciso per aiutarci a sopravvivere alle esperienze della vita.

Quando diciamo: “Non sopporto di stare da solo.”,  l‘IFS ci invita a rallentare e a chiederci: “Chi, dentro di me, sta vivendo questa esperienza?”

Questa semplice domanda apre uno spazio completamente diverso. Non siamo più identificati con la paura: iniziamo invece a conoscere la parte che la porta.

La parte che teme la solitudine

Molto spesso, esplorando questa esperienza, emerge una parte molto giovane.

Può apparire come un bambino o una bambina che si sente abbandonata, invisibile o profondamente sola.

Questa parte non ha paura della solitudine in sé, ma di rivivere un’esperienza già conosciuta.

Può custodire ricordi di momenti in cui si è sentita non vista, non scelta, poco protetta o lasciata sola ad affrontare emozioni troppo grandi per la sua età.

Ogni separazione vissuta nel presente può riattivare quel dolore antico.

Le parti protettive fanno di tutto per non farci sentire quel dolore

In IFS le parti vulnerabili vengono spesso protette da altre parti, chiamate protettori, e il loro obiettivo non è farci soffrire.

Al contrario, cercano continuamente di impedirci di entrare in contatto con quella ferita.

Per questo possono spingerci a:

  • cercare continuamente conferme;
  • avere bisogno della presenza costante del partner;
  • controllare la relazione;
  • evitare qualsiasi separazione;
  • riempire ogni momento libero;
  • iniziare rapidamente e dare troppo in una nuova relazione;
  • mettere i bisogni dell’altro prima dei propri per paura di essere lasciati.

All’esterno questi comportamenti possono sembrare eccessivi. Dal punto di vista dell’IFS, invece, rappresentano delle strategie di protezione, in altre parole sono parti che lavorano instancabilmente per evitare che il dolore dell’abbandono venga nuovamente vissuto.

Perché combattere queste parti spesso non funziona

Molte persone cercano di convincersi razionalmente, ripetendosi frasi del tipo:

“Devo essere più forte.”

“Devo imparare a stare da solo.”

“Non dovrei dipendere dagli altri.”

Queste frasi, però, spesso vengono percepite dalle parti come un ulteriore giudizio.

Nella terapia IFS non vogliamodi eliminare la paura, ma cerchiamo di comprendere quale parte la porta e quale funzione sta svolgendo.

Quando una parte si sente finalmente vista, ascoltata e compresa, spesso non ha più bisogno di proteggere con la stessa intensità.

Il ruolo del sé nella terapia IFS

Come già detto l’obiettivo dell’IFS non è quello di cambiare le parti, bensì permettere al sé di entrare in relazione con loro.

Il sé rappresenta quella dimensione di noi caratterizzata da calma, curiosità, compassione, coraggio, chiarezza, creatività, connessione e fiducia.

Quando il sé riesce ad avvicinarsi alla parte che teme la solitudine, accade qualcosa di importante: proprio quella parte non si sente più completamente sola. Per la prima volta può fare esperienza di una presenza stabile, accogliente e non giudicante.

Non perché qualcuno dall’esterno la stia salvando, ma perché inizia a sentirsi accompagnata dall’interno.

La solitudine assume un significato diverso

Con il tempo ciò che cambia non è soltanto il comportamento, ma muta anche l’esperienza interiore.

La solitudine smette gradualmente di essere sinonimo di abbandono, e può diventare uno spazio in cui incontrare le proprie parti, ascoltarle e costruire una relazione più profonda con sé stessi.

Questo non significa smettere di desiderare una relazione. Significa poter stare con l’altro senza che la propria sicurezza dipenda esclusivamente dalla sua presenza.

Un percorso possibile

Se la paura di restare solo condiziona le tue relazioni, ti porta ad accettare situazioni che ti fanno soffrire o rende ogni distanza emotiva insopportabile, è possibile che alcune parti stiano cercando di proteggerti da un dolore molto antico.

In un percorso di psicoterapia orientato all’Internal Family Systems, queste parti non vengono combattute né giudicate.

Perché dietro ogni parte che teme la solitudine c’è spesso una storia che aspetta, da molto tempo, di essere finalmente accolta.

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