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Autore: Leonardo Guerrini

difficoltà a riprendere le dopo le vacanze

Difficoltà a riprendere dopo le vacanze? Ecco una lettura tramite l’IFS

Settembre, per molte persone, coincide con la ripresa del lavoro, degli impegni e della routine quotidiana. Dopo un periodo di vacanza ci si aspetterebbe di sentirsi riposati, pieni di energie e pronti a ricominciare. Eppure non sempre accade.

Il rientro può essere accompagnato da stanchezza, irritabilità, ansia, difficoltà di concentrazione, tristezza o mancanza di motivazione. Qualcuno può avvertire una sensazione di pesantezza già pensando alla sveglia, alle scadenze, alle responsabilità o al ritorno nell’ambiente di lavoro.

Questa difficoltà viene talvolta definita stress da rientro dalle vacanze. In una prospettiva IFS (Internal Family Systems), però, possiamo provare a guardarla non semplicemente come qualcosa da eliminare, ma come il segnale dell’attivazione di diverse parti interiori.

Perché è difficile riprendere dopo le vacanze?

Durante le ferie alcuni ritmi quotidiani si interrompono. Possiamo avere più tempo per dormire, stare con le persone che amiamo, viaggiare, dedicarci ad attività piacevoli oppure semplicemente non dover rispettare continuamente orari e scadenze.

Quando arriva il momento di ricominciare, il contrasto può diventare evidente.

Una parte di noi può pensare:

  • “Devo rimettermi subito in carreggiata.”
  • “Ci sono troppe cose da fare.”
  • “Non posso perdere tempo.”

Contemporaneamente un’altra parte potrebbe sentire:

  • “Non voglio ricominciare.”
  • “Vorrei avere ancora tempo per me.”
  • “Non ce la faccio a tornare a quei ritmi.”

È proprio questo contrasto interno che può trasformare il rientro in un momento particolarmente faticoso.

Il rientro dalle vacanze visto attraverso l’IFS

Il modello IFS – Internal Family Systems considera la nostra mente come un sistema composto da diverse parti interiori, ciascuna caratterizzata da emozioni, pensieri, bisogni e strategie differenti.

Queste parti non sono necessariamente un problema. Molto spesso cercano, a modo loro, di proteggerci.

La ripresa dopo le vacanze può quindi diventare un’occasione interessante per osservare quali parti di noi si stanno attivando.

La parte che vuole essere subito efficiente

Al rientro può comparire rapidamente una parte molto orientata al dovere e alla prestazione.

È quella che controlla l’agenda, organizza gli impegni, pensa alle scadenze e ci ricorda tutto ciò che dobbiamo recuperare.

Potrebbe dirci:

“Adesso basta vacanze, dobbiamo darci da fare.”

Questa parte può sembrare severa o esigente, ma spesso teme che rallentare significhi perdere il controllo, restare indietro oppure non essere abbastanza efficienti.

Invece di combatterla, può essere utile chiedersi:

“Che cosa teme possa succedere se non riprendessi immediatamente a pieno ritmo?”

La parte che vorrebbe ancora fermarsi

Accanto alla parte efficiente può esserci una parte completamente diversa.

Una parte stanca, che durante le vacanze ha finalmente sperimentato un ritmo più lento e che ora non vuole rinunciarvi.

Potrebbe manifestarsi attraverso:

  • mancanza di motivazione;
  • sonnolenza;
  • irritabilità;
  • procrastinazione;
  • desiderio di isolarsi;
  • nostalgia delle vacanze.

Anche questa parte può avere qualcosa di importante da comunicare.

Forse sta dicendo che durante l’anno lo spazio dedicato al riposo, al piacere o ai propri bisogni è troppo ridotto.

La domanda potrebbe allora diventare:

“Che cosa hai trovato durante le vacanze che temi di perdere adesso che ricomincia la routine?”

Quando le vacanze fanno emergere qualcosa che durante l’anno non sentiamo

A volte la difficoltà del rientro non dipende soltanto dal fatto di dover tornare a lavorare.

Durante l’anno possiamo essere molto impegnati a fare, organizzare, risolvere problemi e rispettare scadenze. Questo movimento continuo può lasciare poco spazio all’ascolto di ciò che proviamo.

Le vacanze, rallentando il ritmo, possono permettere ad alcune emozioni di diventare più visibili.

Al momento del rientro potremmo quindi accorgerci che qualcosa della nostra vita quotidiana non ci corrisponde più completamente.

Per esempio:

  • un lavoro vissuto come troppo stressante;
  • una quotidianità eccessivamente piena di doveri;
  • una relazione che genera fatica;
  • la mancanza di tempo personale;
  • un bisogno di cambiamento rimasto a lungo in secondo piano.

In questi casi l’ansia da rientro può diventare anche un messaggio da ascoltare.

Non tutte le parti vogliono tornare alla vita di prima

Una delle domande che può essere utile porsi al rientro dalle vacanze è:

“C’è una parte di me che non vuole tornare esattamente alla vita che conducevo prima?”

La risposta non implica necessariamente dover cambiare lavoro, relazione o vita.

Può semplicemente indicare che una parte di noi desidera introdurre qualche modifica: più tempo libero, meno perfezionismo, confini più chiari, maggiore attenzione al corpo o più spazio per le relazioni significative.

La difficoltà della ripresa può quindi diventare un’occasione per capire meglio come stiamo vivendo, invece di considerarla soltanto un ostacolo da superare rapidamente.

Un piccolo esercizio IFS per affrontare il rientro

Puoi provare per qualche minuto a fermarti e portare l’attenzione dentro di te.

Nota innanzitutto cosa accade quando pensi alla ripresa del lavoro o degli impegni.

Potresti percepire una sensazione nel corpo, un’immagine, un’emozione oppure semplicemente un pensiero.

Prova poi a chiederti:

  • Quale parte di me sta facendo più fatica a ricominciare?
  • Dove la sento nel corpo?
  • Che cosa prova?
  • Che cosa teme della ripresa?
  • Che cosa vorrebbe da me?

Non è necessario trovare immediatamente una soluzione.

Il primo passo consiste semplicemente nel provare ad ascoltare questa parte con curiosità, senza giudicarla e senza obbligarla a cambiare.

Riprendere gradualmente invece di pretendere troppo da sé

Uno degli errori più frequenti dopo le vacanze è aspettarsi di tornare immediatamente allo stesso livello di produttività precedente.

Il corpo e la mente hanno bisogno di qualche giorno per adattarsi nuovamente agli orari e agli impegni.

Può quindi essere utile:

  • riprendere progressivamente i ritmi;
  • evitare, quando possibile, di concentrare troppi impegni nei primi giorni;
  • preservare alcuni momenti piacevoli sperimentati durante le vacanze;
  • mantenere uno spazio per attività fisica, riposo e relazioni;
  • osservare il proprio dialogo interno quando compare la pressione a “dover funzionare subito”.

Il punto non è prolungare indefinitamente le vacanze, ma evitare che il ritorno alla quotidianità coincida automaticamente con il ritorno a ritmi che ci fanno perdere il contatto con noi stessi.

Quando lo stress da rientro può indicare qualcosa di più profondo

Una breve difficoltà di adattamento può essere comune. Se però ansia, tristezza, senso di vuoto, irritabilità o mancanza di motivazione persistono nel tempo oppure diventano particolarmente intense, può essere utile comprendere più profondamente ciò che sta accadendo.

In alcuni casi il rientro non crea il disagio, ma rende semplicemente più evidente una sofferenza già presente.

Un percorso psicologico può aiutare a riconoscere le diverse parti coinvolte, comprenderne le funzioni protettive e creare gradualmente un rapporto più equilibrato con emozioni, responsabilità e bisogni personali.

Trasformare il rientro in un momento di ascolto

Forse la domanda più utile, alla fine delle vacanze, non è soltanto:

“Come faccio a tornare rapidamente alla normalità?”

Potrebbe essere invece:

“Cosa mi sta mostrando questa difficoltà rispetto al modo in cui sto vivendo?”

Da una prospettiva IFS, anche la parte che protesta, si stanca, rimanda o vorrebbe fuggire dalla routine può avere qualcosa da raccontare.

Ascoltarla non significa necessariamente assecondarla. Significa provare a comprenderne il messaggio e trovare una posizione interna più calma, curiosa e consapevole dalla quale poter decidere come riprendere.

Il rientro può così diventare non soltanto la fine delle vacanze, ma anche un’occasione per riportare nella quotidianità qualcosa di ciò che durante le vacanze ci ha fatto stare bene.

Se senti che la ripresa dopo le vacanze sta facendo emergere ansia, stress, difficoltà lavorative o un senso di insoddisfazione che fatichi a comprendere, possiamo esplorare insieme ciò che sta accadendo.

Sono Andrea Maldifassi, psicologo e psicoterapeuta a Milano e Monza. Nel mio lavoro utilizzo anche il modello IFS per aiutare le persone a riconoscere e comprendere le diverse parti interiori che si attivano nei momenti di difficoltà.

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mi blocco quando devo prendere una decisione

Perché mi blocco quando devo prendere una decisione? Quando due parti di te tirano in direzioni opposte

“So cosa dovrei fare… ma non riesco a decidere.”

È una frase che ascolto spesso in studio: può riguardare una relazione, un cambiamento lavorativo, la scelta di avere un figlio, un trasferimento o qualsiasi decisione importante.

Molte persone pensano di essere indecise, insicure o poco determinate. Dal punto di vista dell’Internal Family Systems (IFS), però, il blocco decisionale è spesso il segnale che dentro di noi esiste una polarizzazione: due parti stanno cercando di proteggerci, ma lo fanno in modi completamente opposti.

Cos’è una polarizzazione?

L’IFS descrive la mente come un sistema composto da diverse parti interiori. Ogni parte ha una funzione precisa e nasce con un’intenzione positiva.

Una polarizzazione si crea quando due parti desiderano cose diverse e iniziano a opporsi l’una all’altra. Entrambe credono di avere ragione, e lo fanno poiché in fondo vogliono soltanto proteggerci.

Il problema è che, mentre una cerca di andare avanti, l’altra tira nella direzione opposta. Il risultato di tale polarizzazione è il blocco.

Un esempio di polarizzazione

Immagina una persona che stia seriamente pensando di lasciare il proprio lavoro. All’interno di sé stessa ci sono varie parti che la pensano in maniera divera.

Ad esempio c’è una parte che afferma: “Non sei felice. È il momento di cambiare. Se resti qui continuerai a sentirti frustrato.”. Un’altra parte ribatte immediatamente: “Se cambi potresti perdere tutto. E se il nuovo lavoro andasse peggio? Se fallissi?”

La prima vuole proteggere la persona dall’insoddisfazione, mentre la seconda vuole proteggerla dal rischio e dall’incertezza. Entrambe stanno cercando di fare il bene della persona. Il risultato è che  la persona resta immobile e spesso conclude: “Non riesco a decidere.”

In realtà, dentro di sé sta vivendo un conflitto che nessuno vede.

Perché le parti si polarizzano?

Le polarizzazioni non nascono per caso, spesso hanno origine nelle esperienze di vita.

Una parte può aver imparato che bisogna cogliere le opportunità prima che sia troppo tardi. Un’altra può aver vissuto fallimenti, critiche, rifiuti o perdite e aver concluso che esporsi è pericoloso.

Entrambe continuano a svolgere il loro ruolo anche molti anni dopo, non perché siano rigide o irrazionali, ma perché stanno cercando di evitare che la persona riviva un dolore già sperimentato.

Più cerchi di decidere, più il blocco aumenta

Questa è la triste verità, molte persone cercano di convincersi razionalmente, ad esempio facendo una lista di pro e contro, oppure chiedendo consigli a tutti. Nonostante questi grandi sforzi mentali, la situazione non tende a cambiare in quanto ogni volta che una parte prende forza, anche l’altra aumenta la propria intensità.

Nessuna delle due vuole “perdere”, perché entrambe credono che da quella decisione dipenda la sicurezza della persona.

Come lavoro su questa polarizzazione con l’IFS?

L’errore più comune è cercare di eliminare una delle due parti. Grazie alla terapia IFS, nel corso delle sedute propongo qualcosa di diverso.

Per prima cosa cerco di conoscerle entrambe. Così facendo posso aiutare la persona a entrare in contatto con ciascuna parte attraverso domande come:

  • Che cosa desideri per me?
  • Da cosa stai cercando di proteggermi?
  • Che cosa temi possa succedere se l’altra parte avesse la meglio?
  • Da quanto tempo svolgi questo ruolo?
  • Quale storia della mia vita ti ha portato ad assumerti questa responsabilità?

Queste domande permettono di scoprire che dietro ogni parte esiste una logica, una storia e un’intenzione protettiva. Quando entrambe le parti si sentono finalmente ascoltate, iniziano a ridurre la loro rigidità.

Il ruolo del Sé nella terapia IFS

Secondo l’IFS, le decisioni più autentiche non arrivano quando una parte vince sull’altra, bensì quando emerge il sé autentico, il nucleo più profondo della persona.

Il sé è caratterizzato da calma, chiarezza, curiosità, compassione e fiducia. Da questo stato interiore diventa possibile ascoltare entrambe le parti senza esserne travolti.

La domanda, quindi, non sarà più:“Chi ha ragione?”. La nuova domanda, invece, sarà: “Di che cosa hanno bisogno queste parti per sentirsi al sicuro?”.

Molto spesso, quando ricevono ascolto e comprensione, smettono di combattere. Ed è proprio allora che la decisione emerge con maggiore naturalezza.

Se oggi ti senti bloccato…

Se avverti dentro di te questa forte sensazione di blocco, molto probabilmente ci sono due parti che stanno facendo tutto il possibile per proteggerti.

Il blocco non è un difetto del tuo carattere ma il risultato di una lotta tra due intenzioni positive che ancora non hanno trovato un modo per collaborare.

Quando chiedere aiuto a unterapeuta?

Se ti accorgi di rimandare continuamente decisioni importanti, se vivi con il timore costante di sbagliare o senti di essere paralizzato da dubbi e ripensamenti, un percorso psicologico può aiutarti.

Attraverso l’Internal Family Systems (IFS) è possibile comprendere le polarizzazioni interiori, ascoltare le parti coinvolte e favorire un dialogo che permetta di prendere decisioni con maggiore serenità, consapevolezza e fiducia.

perché ho paura di resta solo

Perché ho paura di restare solo? Una lettura attraverso l’Internal Family Systems (IFS)

“Perché stare da solo mi fa così paura?”

Molte persone arrivano in terapia con questa domanda. Raccontano di provare un’angoscia intensa quando una relazione finisce, quando il partner si allontana o semplicemente quando si ritrovano da sole.

Alcune cercano continuamente una relazione, altre rimangono in rapporti che le fanno soffrire pur di non affrontare il vuoto. Spesso pensano che il problema sia la solitudine.

Dal punto di vista dell’Internal Family Systems (IFS), però, la domanda cambia. Non è tanto: “Perché ho paura di stare da solo?” Ma piuttosto: “Quale parte di me ha così tanta paura della solitudine?”

In IFS non sei “tu” ad avere paura

Uno dei principi fondamentali dell’IFS è che la nostra mente è composta da diverse parti interiori. Ognuna di queste parti ha sviluppato un ruolo preciso per aiutarci a sopravvivere alle esperienze della vita.

Quando diciamo: “Non sopporto di stare da solo.”,  l‘IFS ci invita a rallentare e a chiederci: “Chi, dentro di me, sta vivendo questa esperienza?”

Questa semplice domanda apre uno spazio completamente diverso. Non siamo più identificati con la paura: iniziamo invece a conoscere la parte che la porta.

La parte che teme la solitudine

Molto spesso, esplorando questa esperienza, emerge una parte molto giovane.

Può apparire come un bambino o una bambina che si sente abbandonata, invisibile o profondamente sola.

Questa parte non ha paura della solitudine in sé, ma di rivivere un’esperienza già conosciuta.

Può custodire ricordi di momenti in cui si è sentita non vista, non scelta, poco protetta o lasciata sola ad affrontare emozioni troppo grandi per la sua età.

Ogni separazione vissuta nel presente può riattivare quel dolore antico.

Le parti protettive fanno di tutto per non farci sentire quel dolore

In IFS le parti vulnerabili vengono spesso protette da altre parti, chiamate protettori, e il loro obiettivo non è farci soffrire.

Al contrario, cercano continuamente di impedirci di entrare in contatto con quella ferita.

Per questo possono spingerci a:

  • cercare continuamente conferme;
  • avere bisogno della presenza costante del partner;
  • controllare la relazione;
  • evitare qualsiasi separazione;
  • riempire ogni momento libero;
  • iniziare rapidamente e dare troppo in una nuova relazione;
  • mettere i bisogni dell’altro prima dei propri per paura di essere lasciati.

All’esterno questi comportamenti possono sembrare eccessivi. Dal punto di vista dell’IFS, invece, rappresentano delle strategie di protezione, in altre parole sono parti che lavorano instancabilmente per evitare che il dolore dell’abbandono venga nuovamente vissuto.

Perché combattere queste parti spesso non funziona

Molte persone cercano di convincersi razionalmente, ripetendosi frasi del tipo:

“Devo essere più forte.”

“Devo imparare a stare da solo.”

“Non dovrei dipendere dagli altri.”

Queste frasi, però, spesso vengono percepite dalle parti come un ulteriore giudizio.

Nella terapia IFS non vogliamodi eliminare la paura, ma cerchiamo di comprendere quale parte la porta e quale funzione sta svolgendo.

Quando una parte si sente finalmente vista, ascoltata e compresa, spesso non ha più bisogno di proteggere con la stessa intensità.

Il ruolo del sé nella terapia IFS

Come già detto l’obiettivo dell’IFS non è quello di cambiare le parti, bensì permettere al sé di entrare in relazione con loro.

Il sé rappresenta quella dimensione di noi caratterizzata da calma, curiosità, compassione, coraggio, chiarezza, creatività, connessione e fiducia.

Quando il sé riesce ad avvicinarsi alla parte che teme la solitudine, accade qualcosa di importante: proprio quella parte non si sente più completamente sola. Per la prima volta può fare esperienza di una presenza stabile, accogliente e non giudicante.

Non perché qualcuno dall’esterno la stia salvando, ma perché inizia a sentirsi accompagnata dall’interno.

La solitudine assume un significato diverso

Con il tempo ciò che cambia non è soltanto il comportamento, ma muta anche l’esperienza interiore.

La solitudine smette gradualmente di essere sinonimo di abbandono, e può diventare uno spazio in cui incontrare le proprie parti, ascoltarle e costruire una relazione più profonda con sé stessi.

Questo non significa smettere di desiderare una relazione. Significa poter stare con l’altro senza che la propria sicurezza dipenda esclusivamente dalla sua presenza.

Un percorso possibile

Se la paura di restare solo condiziona le tue relazioni, ti porta ad accettare situazioni che ti fanno soffrire o rende ogni distanza emotiva insopportabile, è possibile che alcune parti stiano cercando di proteggerti da un dolore molto antico.

In un percorso di psicoterapia orientato all’Internal Family Systems, queste parti non vengono combattute né giudicate.

Perché dietro ogni parte che teme la solitudine c’è spesso una storia che aspetta, da molto tempo, di essere finalmente accolta.

percghé scelgo partner emotivamente non disponibili

Perché scelgo sempre partner emotivamente non disponibili?

Ti è mai capitato di innamorarti di persone che sembrano interessate all’inizio ma poi si allontanano? Oppure di trovarti ripetutamente in relazioni con partner freddi, sfuggenti, poco presenti o incapaci di impegnarsi davvero?

Se stai leggendo questo articolo, probabilmente ti sei posto almeno una volta questa domanda: “Perché scelgo sempre partner emotivamente non disponibili?”

Molte persone vivono questo schema relazionale senza comprenderne fino in fondo le ragioni. Spesso attribuiscono il problema alla sfortuna o alla mancanza di persone adatte, ma nella maggior parte dei casi entrano in gioco dinamiche psicologiche profonde che meritano di essere esplorate.

Chi è un partner emotivamente non disponibile?

Un partner emotivamente non disponibile è una persona che fatica a creare un’intimità autentica e stabile.

Può manifestarsi in diversi modi:

  • evita di parlare delle proprie emozioni;
  • mantiene una certa distanza affettiva;
  • alterna momenti di vicinanza a improvvisi allontanamenti;
  • fatica a prendere impegni;
  • sembra presente fisicamente ma assente emotivamente;
  • lascia spesso l’altro nel dubbio rispetto ai propri sentimenti.

La caratteristica principale è che la relazione tende a lasciare l’altro in uno stato di continua ricerca di conferme.

Perché mi attraggono persone emotivamente non disponibili?

Questa domanda è più complessa di quanto sembri.

Razionalmente potresti desiderare una relazione stabile e appagante. Tuttavia, una parte di te potrebbe essere inconsapevolmente attratta da ciò che conosce già.

Le nostre esperienze infantili e le prime relazioni significative influenzano profondamente ciò che percepiamo come familiare.

Se da bambino hai dovuto conquistare attenzione, approvazione o affetto, potresti aver imparato che l’amore è qualcosa che va guadagnato.

Da adulto, senza accorgertene, potresti sentirti attratto da relazioni che ripropongono lo stesso schema.

Il ruolo della paura dell’abbandono

Molte persone che si trovano ripetutamente in relazioni con partner non disponibili sperimentano una forte paura dell’abbandono.

Paradossalmente, questa paura può portare proprio verso persone che aumentano il rischio di sentirsi rifiutati.

Quando il partner si mostra distante, si attiva un intenso bisogno di avvicinarsi, comprendere, aiutare o convincere l’altro ad aprirsi.

La relazione diventa così una continua ricerca di connessione che raramente si realizza pienamente.

Una lettura attraverso il modello IFS

Nel mio lavoro utilizzo spesso il modello IFS (Internal Family Systems), un approccio che considera la mente composta da diverse “parti” interne.

Secondo questa prospettiva, non esiste una sola spiegazione del perché continuiamo a scegliere partner emotivamente non disponibili. Esistono invece diverse parti di noi che possono contribuire a mantenere questo schema.

Per esempio, potrebbe esserci:

Una parte che desidera essere scelta

Questa parte porta il bisogno profondo di sentirsi finalmente importante per qualcuno.

Ogni volta che incontra una persona distante, spera inconsciamente di riuscire a ottenere quell’amore che in passato è mancato o è stato percepito come incostante.

Una parte aiutante

Molte persone sviluppano l’idea che per essere amate debbano essere utili.

Questa parte tende a prendersi cura dell’altro, comprenderlo, sostenerlo e giustificarlo continuamente.

Spesso finisce per investire enormi energie nella relazione senza ricevere lo stesso livello di reciprocità.

Una parte che teme l’intimità

Può sembrare sorprendente, ma a volte una parte di noi desidera una relazione profonda mentre un’altra ne è spaventata.

Scegliere partner emotivamente non disponibili può rappresentare un modo inconsapevole per evitare una vera vicinanza emotiva, che potrebbe essere percepita come rischiosa o vulnerabile.

Perché è così difficile interrompere questo schema?

Molte persone riconoscono il problema ma continuano a ripeterlo. Questo accade perché non si tratta semplicemente di una cattiva abitudine.

Spesso sono coinvolte emozioni profonde, ferite relazionali e bisogni affettivi irrisolti.

Quando una parte di noi crede che il proprio valore dipenda dall’essere finalmente scelta, può diventare molto difficile rinunciare a una relazione anche quando genera sofferenza.

Come può aiutare l’IFS?

L’obiettivo dell’IFS non è eliminare queste parti, ma comprenderle. In terapia impariamo a sviluppare una relazione diversa con le nostre dinamiche interne.

Possiamo esplorare:

  • quali parti si attivano quando incontriamo una persona distante;
  • quali paure emergono quando qualcuno si allontana;
  • quali bisogni cercano di soddisfare le nostre strategie relazionali;
  • quali esperienze passate hanno contribuito alla formazione di questi schemi.

Quando queste parti si sentono comprese e ascoltate, spesso diminuisce la necessità di ripetere vecchi modelli relazionali.

La persona può così iniziare a riconoscere più rapidamente relazioni poco soddisfacenti e sviluppare una maggiore capacità di scegliere partner realmente disponibili.

È possibile cambiare queste didamiche?

Molte persone arrivano in terapia convinte di essere destinate a ripetere sempre gli stessi errori.

In realtà, ciò che appare come una cattiva scelta ripetuta è spesso l’espressione di bisogni emotivi profondi che cercano una soluzione.

Comprendere questi bisogni e sviluppare una relazione più consapevole con le proprie parti interne può aprire la strada a modalità relazionali nuove e più soddisfacenti.

Se ti accorgi di vivere ripetutamente relazioni caratterizzate da distanza emotiva, indisponibilità o paura dell’impegno, può essere utile approfondire queste dinamiche in un percorso terapeutico.

Comprendere perché continuiamo a sentirci attratti da determinate persone non significa colpevolizzarsi, ma sviluppare una maggiore libertà di scelta.

E spesso è proprio questa libertà che permette di costruire relazioni più autentiche, sicure e appaganti.

aikido e terapia ifs

IFS e Aikido: quando la trasformazione nasce dall’ascolto e non dal conflitto

Nel mio lavoro come psicoterapeuta, così come nella pratica dell’Aikido che seguo da molti anni, ho imparato una cosa fondamentale: il cambiamento profondo non nasce dalla lotta contro sé stessi.

Molte persone arrivano in terapia cercando di “eliminare” ansia, rabbia, paura o insicurezza. Vorrebbero liberarsi di alcune parti interiori considerate sbagliate, deboli o problematiche. Eppure, sia l’IFS sia l’Aikido ci insegnano qualcosa di diverso: ciò che crea trasformazione non è l’opposizione, ma la relazione.

Sul mio sito ho scritto spesso di quanto il lavoro terapeutico possa diventare un percorso di riconnessione con sé stessi, attraverso il corpo, le emozioni e l’ascolto interiore.

L’IFS: dentro di noi esistono molte parti

L’IFS parte dall’idea che la mente non sia un blocco unico, ma un sistema composto da diverse “parti” interiori.

Esistono parti protettive che controllano tutto, altre che evitano il dolore, altre ancora che si sentono ferite, spaventate o abbandonate. Spesso soffriamo perché alcune di queste parti entrano in conflitto tra loro:

  • una parte vorrebbe avvicinarsi agli altri;
  • un’altra teme il rifiuto;
  • una cerca il controllo;
  • un’altra è esausta e vorrebbe mollare tutto.

La terapia IFS non cerca di eliminare queste parti, ma di ascoltarle e comprenderne il ruolo. Dietro ogni comportamento, anche il più disfunzionale, esiste quasi sempre un tentativo di protezione.

L’Aikido: non opporsi alla forza

Anche nell’Aikido il principio cardine non è lo scontro. A differenza di altre arti marziali, l’obiettivo non è vincere contro un avversario attraverso la forza, ma entrare in relazione con l’energia dell’altro, accompagnarla e trasformarla.

Quando ci irrigidiamo contro una forza, spesso aumentiamo il conflitto. Se invece impariamo ad ascoltarla e a muoverci con presenza, qualcosa cambia.

Nella mia esperienza personale, l’Aikido ha influenzato profondamente il modo in cui vivo la relazione terapeutica. Come scrivo anche nella pagina dedicata alla mia filosofia professionale: “Non si tratta di opporsi alla forza dell’altro, ma di accompagnarla.”

Cosa accomuna IFS e Aikido

Le somiglianze tra IFS e Aikido sono molto più profonde di quanto si possa immaginare.

1. Non esiste un “nemico” da distruggere. In entrambe le pratiche, il conflitto non viene affrontato attraverso la violenza. In terapia questo significa smettere di trattare ansia, rabbia o paura come nemici interiori. Spesso ciò che chiamiamo “sintomo” è una parte che sta cercando disperatamente di proteggerci.

2. La presenza è più importante del controllo. Nell’Aikido, se il corpo si irrigidisce troppo, il movimento perde fluidità. Anche in terapia accade qualcosa di simile: più cerchiamo di controllare le emozioni, più rischiamo di restarne intrappolati. Il cambiamento avviene quando impariamo a restare presenti a ciò che sentiamo, senza esserne travolti.

3. L’ascolto trasforma l’energia. Una parte interiore ascoltata smette spesso di urlare. Questo è uno degli aspetti più potenti dell’IFS: molte difese si ammorbidiscono non quando vengono combattute, ma quando finalmente si sentono comprese. È un principio molto vicino all’Aikido: accogliere l’energia permette di trasformarla.

Dal combattimento interno alla relazione con sé stessi

Molte persone vivono in una guerra continua con il proprio mondo interiore: si giudicano per ciò che provano, si vergognano della propria fragilità, in altre parole cercano di “correggersi”.

Ma la guarigione raramente nasce dalla guerra. Sia l’IFS che l’Aikido insegnano una via diversa: creare una relazione più consapevole con ciò che accade dentro di noi. Questo non significa passività oppure arrendersi. Vuol dire sviluppare una presenza capace di stare in contatto con le proprie emozioni senza esserne dominati.

Una terapia che coinvolge mente e corpo

Nel mio approccio terapeutico integro il lavoro sulle parti interiori con l’ascolto corporeo, la bioenergetica e l’attenzione al sistema nervoso. Perché il trauma, l’ansia e le ferite relazionali non vivono solo nei pensieri: vivono anche nel corpo.

Ed è proprio qui che l’accostamento tra la terapia IFS e Aikido diventa ancora più interessante. Entrambi insegnano che il corpo non è separato dalla mente. Il modo in cui respiriamo, ci muoviamo o ci irrigidiamo racconta molto del nostro mondo interiore.

Lavorare su sé stessi significa allora imparare gradualmente a ritrovare radicamento, presenza e fluidità. Non attraverso la forza, ma perseguendo la via dell’ascolto.

quando un bambino diventa adulto troppo presto

Quando un bambino diventa adulto troppo presto

Le ferite invisibili dei figli coinvolti nei conflitti dei genitori, lette attraverso il modello IFS

Ci sono bambini che crescono imparando presto una cosa: che in casa bisogna stare attenti. Attenti ai toni di voce. Agli sguardi. Ai silenzi. Alle porte chiuse troppo forte. Ai cambiamenti di umore improvvisi.

Sono bambini che diventano esperti nel percepire il clima emotivo familiare. Non perché sia una loro qualità innata, ma perché da questo dipendeva il loro senso di sicurezza.

Molti di loro hanno ascoltato, troppo presto, racconti che un bambino non dovrebbe mai sentire: madri che parlavano del padre, padri che si sfogavano sulla madre, tensioni economiche, tradimenti, delusioni, rabbia, solitudine.

E così, lentamente, il bambino smette di essere solo un bambino. Diventa ascoltatore e assume il ruolo familiare di mediatore.

Si trasforma in colui che in qualche modo “controlla” il clima familiare. Talvolta a questo bambino viene persino chiesto di consolare emotivamente il genitore che ne ha bisogno.

L’IFS e le “parti manager” del bambino che controlla tutto

Nel linguaggio dell’IFS (Internal Family Systems), potremmo dire che molto presto in questo bambino si sviluppano delle “parti manager” incaricate di mantenere stabilità, prevedibilità e controllo. Quando un bambino cresce in un ambiente emotivamente instabile, spesso sviluppa una convinzione implicita: “Se riesco a capire tutto prima, forse posso evitare il dolore.”

Nascono così parti molto attente, ipervigili, responsabili. Parti che imparano a monitorare continuamente gli altri. Questi bambini spesso diventano adulti molto autonomi e competenti.

Si contraddistinguono per essere persone estremamente affidabili, capaci, forti. Donne e uomini che “ce la fanno da soli”. Ma dietro questa autonomia può nascondersi una fatica profonda. Perché quel controllo, un tempo necessario per sopravvivere emotivamente, nell’età adulta continua ad attivarsi anche quando non serve più.

Le relazioni affettive diventano il luogo della vulnerabilità

Molti adulti cresciuti così riescono a “funzionare” molto bene nel lavoro. Perché nel lavoro il controllo aiuta e l’efficienza viene premiata.
Insomma, negli ambienti lavorativi l’autonomia è vista giustamente come un punto di forza.

Ma nelle relazioni intime, purtroppo, accade qualcosa di diverso. Lì non basta controllare, perché nelle relazioni che funzionano bisogna lasciarsi conoscere, ed è perfino necessario dipendere un po’ dall’altro. Insomma, nelle relazioni che vogliono davvero essere intime e profonde, è importante imparare a fidarsi e in qualche modo esporsi all’intercezza.

Ed è proprio su questo terreno che le vecchie parti protettive iniziano ad attivarsi. Nel modello IFS tali parti cercano di evitare il contatto con emozioni molto antiche: paura, abbandono, caos, senso di solitudine. In questo modo la persona può diventare:

  • molto controllante nella relazione;
  • ipersensibile ai cambiamenti dell’altro;
  • bisognosa di rassicurazioni ma allo stesso tempo spaventata dalla dipendenza;
  • incline a leggere segnali di distanza anche dove non ci sono;
  • incapace di rilassarsi davvero nell’intimità.

Spesso questo bambino diventato troppo spesso adulto desidera profondamente l’amore, ma allo stesso tempo teme ciò che l’amore comporta: perdita di controllo, vulnerabilità, bisogno.

Il prezzo invisibile della “maturità precoce”

Molti di questi adulti vengono descritti da sempre come “maturi”. Ma a volte quella maturità era in realtà adattamento. Un bambino che diventa responsabile troppo presto, spesso ha dovuto pagare a caro prezzo tutto ciò, poiché ha dovuto rinunciare a:

  • spontaneità;
  • leggerezza;
  • dipendenza sana;
  • possibilità di essere accudito;
  • diritto di non capire tutto.

Dentro di sé può rimanere attiva una parte molto giovane che non ha mai davvero potuto sentirsi protetta. Una parte che ancora oggi vive le relazioni come luoghi imprevedibili, dove bisogna continuamente stare attenti.

Nell’IFS il problema non è il controllo: è la paura che c’è sotto

Uno degli aspetti più interessanti dell’IFS è che non vede queste modalità come difetti. Le parti controllanti non sono “sbagliate”, bensì sono parti che hanno lavorato duramente per proteggere il sistema psicologico della persona.

Calate in un ambiente familiare sicuramente difficile, queste parti hanno imparato che prevedere è meglio che fidarsi, e che controllare è più sicuro che lasciarsi andare.  E spesso hanno iniziato questo lavoro di controllo quando la persona era molto piccola.

La guarigione non passa dal diventare meno sensibili

Molte persone cercano di risolvere questo problema dicendosi: “Devo smettere di controllare.” Il controllo, però, non si scioglie combattendolo. Si allenta quando le parti interne iniziano a sentirsi finalmente al sicuro. Quando la persona, lentamente, inizia a sperimentare che non deve prevedere tutto per essere amato. Non è obbligato a tenere insieme gli altri, né deve diventare il contenitore emotivo della relazione. Detto in altri termini, questa persona si sente finalmente legittimata come tutti ad avere dei bisogni, senza sentirsi un peso.

Nel lavoro terapeutico IFS, il percorso che propongo ai miei pazienti consiste proprio nel riconoscere e comprendere queste parti protettive, invece che giudicarle. Perché dietro l’adulto ipercontrollante, come abbiamo visto, c’è un bambino che è dovuto crescere troppo in fretta.

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IFS (Internal Family Systems): cos’è e come funziona davvero questa terapia

Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso di IFS (Internal Family Systems), un approccio terapeutico innovativo che sta aiutando molte persone a comprendere meglio se stesse e a superare blocchi emotivi profondi.

Ma cosa significa davvero IFS e come funziona concretamente questa terapia?

Cos’è l’IFS (Internal Family Systems)

L’IFS è un modello psicoterapeutico sviluppato dallo psicoterapeuta americano Richard Schwartz. Si basa su un’idea fondamentale: la nostra mente non è un blocco unico, ma è composta da diverse “parti”. Queste parti rappresentano aspetti della nostra personalità, ognuno con un ruolo specifico.

Può capitare, ad esempio, di avere una parte molto critica, un’altra ansiosa o spaventata e un’altra ancora orientata a compiacere gli altri. Secondo l’IFS, tutte queste parti hanno una funzione: proteggere la persona, anche quando i loro comportamenti sembrano creare difficoltà o disagio.

Le tre grandi categorie di parti

Nel modello IFS, queste parti si organizzano in tre grandi categorie.

Gli esili sono le parti più vulnerabili, spesso legate a ferite emotive del passato, e contengono emozioni intense come tristezza, vergogna o paura.

I manager sono le parti che cercano di mantenere il controllo nella vita quotidiana attraverso strategie come il perfezionismo, il bisogno di approvazione o un forte autocontrollo, con l’obiettivo di evitare che il dolore degli esili emerga.

I cosiddetti vigili del fuoco intervengono invece quando le emozioni diventano troppo intense e cercano di spegnerle rapidamente, talvolta attraverso comportamenti impulsivi o di fuga come abbuffate, uso eccessivo dei social o esplosioni di rabbia.

L’IFS e il concetto di sé (Self)

Al centro dell’IFS c’è il sé, cioè la dimensione più autentica e sana della persona. Il sé non è una parte, ma una qualità di presenza caratterizzata da calma, chiarezza, compassione e fiducia. Quando siamo in contatto con il sé, siamo più capaci di ascoltare le nostre parti senza giudicarle e di guidarle in modo equilibrato.

Come funziona questa terapia

L’obiettivo della terapia IFS non è eliminare le parti, ma creare una relazione più armoniosa tra il sé e le diverse parti interne.

Durante un percorso terapeutico, la persona viene accompagnata a riconoscere le proprie parti interiori, comprenderne il ruolo e le intenzioni, ridurre il conflitto interno ed entrare progressivamente in contatto con il sé.

Può accadere, ad esempio, di essere guidati a osservare e dialogare con una parte ansiosa, cercando di capire cosa teme e quale funzione protettiva sta svolgendo.

Attraverso questo processo, le parti più protettive possono iniziare a rilassarsi e quelle più ferite possono essere finalmente ascoltate, accolte e integrate.

Perché l’IFS può essere efficace

Molte persone sperimentano un cambiamento significativo perché smettono di sentirsi “sbagliate” e iniziano a comprendere i propri comportamenti invece di giudicarli.

Aumenta la consapevolezza emotiva e migliorano anche le relazioni con gli altri. In sostanza, si passa da una lotta interna a una forma di collaborazione interna.

L’IFS è oggi utilizzato a livello internazionale ed è supportato da una crescente base di ricerca, in particolare nell’ambito del trauma.

Per chi è indicato

L’IFS può essere utile in diverse situazioni quali ansia, difficoltà relazionali, bassa autostima, blocchi emotivi e traumi, ed è particolarmente indicato per chi percepisce un conflitto tra diverse parti di sé.

Si tratta di un approccio profondo ma allo stesso tempo accessibile e rispettoso, che non cerca di “aggiustare” la persona, ma di aiutarla a comprendersi.

Quando si inizia a vedere le proprie parti non come nemiche ma come alleate che cercano di proteggere, si apre uno spazio nuovo fatto di maggiore chiarezza, equilibrio e libertà interiore.

Vuoi saperne di più sull’IFS?

Se ti riconosci in alcune di queste dinamiche e vuoi capire come funziona l’IFS nel tuo caso specifico, puoi intraprendere un percorso di terapia IFS a Milano o Monza per esplorare le tue parti interiori in modo guidato, con l’obiettivo di costruire un equilibrio più stabile e consapevole.

do troppo nelle relazioni dipendenza affettiva

Dare troppo nelle relazioni: perché mi accontento e come smettere

Forse anche tu ti riconosci in questa frase: “Nelle relazioni sono sempre io quello/a che dà di più”.
Se questa affermazione ti rappresenta, probabilmente non è un caso. Ahimè, non è neanche sfortuna. E non dipende neanche dal fatto di “aver incontrato le persone sbagliate”.

Spesso tutto ciò dipende da uno schema che si ripete. Un modo di stare nelle relazioni che, all’inizio, sembra funzionare… ma che con il tempo porta a sentirsi svuotati, non visti, poco scelti.

Perché mi accontento nelle relazioni anche quando non sto bene?

Questa è una domanda che, presto o tardi, molte persone a un certo punto della propria vita inevitabilmente si pongono.

La risposta, di solito, non è semplice né unica. Perché spesso ha a che fare con qualcosa di più profondo che riguarda noi stessi, piuttosto che il singolo rapporto.

In molte relazioni, infatti, non partiamo dal principio secondo il quale scelgo quella determinata persona, nella speranza che mi faccia stare bene. Al contrario, la nuova relazione è fondata sull’illusione che la persona in questione ci scelga.

Partendo da questo presupposto sbagliato, anche se le cose sembrano non andare nel verso giusto e non siamo felici nella relazione, è facile che iniziamo ad adottare alcuni comportamenti disfunzionali, come ad esempio:

  • adattarci troppo all’altro
  • dare sempre di più
  • mettere da parte quello che sentiamo

Non perché non sappiamo cosa vogliamo. Ma perché, in quel momento, essere scelti sembra più importante.

Dare troppo in amore per non perdere l’altro

Quando c’è la paura di perdere qualcuno, può succedere questo: fai un passo in più, poi un altro, e ancora uno. Finché, senza accorgertene, sei tu a portare avanti la relazione.

Questo è uno dei modi in cui si costruiscono le relazioni sbilanciate. E spesso si intreccia con qualcosa che somiglia alla dipendenza affettiva: il bisogno dell’altro diventa più forte del tuo equilibrio.

Tra le convinzioni disfunzionali che sorreggono questo tipo di relazioni, ce n’è una molto radicata: se tengo davvero a qualcuno, è normale fare dei sacrifici. Questo principio è verso soltanto in parte. Perché c’è una differenza importante tra scegliere di dare e sentire che devi dare per forza.

Quando senti che devi fare dei sacrifici per essere visto/a, essere “abbastanza” e in definitiva per non essere lasciato/a, allora non è più solo amore. Diventa fatica.

Perché continuo a scegliere persone che danno meno?

Questa è una domanda delicata, ma fondamentale. Spesso chi sente di dare troppo nelle relazioni si ritrova con persone che sono emotivamente distanti e fanno fatica a coinvolgersi. In altre parole, ci sono ma… fino a un certo punto.

E questo attiva un qualcosa di molto potente: vale a dire il bisogno di avvicinarle, di farsi scegliere, di “arrivare” a loro. Un meccanismo psicologico non consapevole. Si tratta di una dinamica molto più frequente di quanto si possa credere, nelle relazioni attuali.

Come capire se stai dando troppo nelle relazioni

A volte questa dinamica non è così evidente. Per questo è importante fermarsi un attimo e osservare i nostri comportamenti. Ad esempio risulta utile porsi queste domande:

  • Sei spesso tu a cercare l’altro?
  • Aspetti da lui/lei messaggi, risposte, segnali?
  • Ti adatti più di quanto vorresti?
  • Eviti di dire quello che senti per non rischiare di creare distanza?
  • Generalmente ti senti più in ansia che sereno/a?

Se la risposta a una o più di queste domande è affermativa, è possibile che tu stia vivendo una relazione poco equilibrata.

Come smettere di dare troppo nelle relazioni

Non è qualcosa che cambia da un giorno all’altro. Tuttavia, ci sono alcuni passaggi che possono davvero fare la differenza.

Un primo importante step è passare dall’affermazione “spero che mi scelga”, alla domanda “sto scegliendo davvero questa relazione?”. Sembra un passaggio apparentemente semplice, ma cambia tutto. Perché ti rimette in una posizione attiva.

Un altro importante passaggio consiste nell’accettare il rischio di perdere la persona con cui si sta in relazione. Questo è uno dei punti più difficili. Perché smettere di dare troppo può significare che l’altro si allontani definitivamente. Ma c’è una domanda importante da farsi: se questa relazione esiste solo perché continuo a dare più di quanto ricevo… quanto è davvero una relazione?”

Poi è necessario dare valore a quello che senti.  Se sei abituato/a a dare tanto, probabilmente continui a minimizzare i tuoi bisogni, dirti che non sono poi così importanti. Invece è proprio il contrario: quello che senti è un segnale da prendere in considerazione, che merita attenzione e spazio.

Un’altro aspetto da considerare riguarda il tipo di persone che scegli, senza colpevolizzarti ma con l’intento di iniziare a notare dei pattern.  Ti capita spesso di sentirti sempre nello stesso modo nelle relazioni? Ci sono caratteristiche comuni nelle persone che scegli? Queste semplici domande aprono a possibilità nuove.

Dare troppo non è amore, è uno schema ricorrente. Perché dare è importante, fa parte di ogni relazione. Ma quando diventa il modo principale per sentirsi amati, ottenere attenzioni, o evitare l’abbandono, allora non è più una scelta libera, bensì uno schema che si ripete.

Se ti riconosci in questo articolo, sappi che non sei l’unico/a. E soprattutto non è qualcosa che devi risolvere da solo/a. Lavorare su questi aspetti permette di uscire dalle relazioni sbilanciate, smettere di accontentarsi e iniziare a costruire dei legami più profondi, ma soprattutto reciproci.

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L’ansia anticipatoria del lutto: quando temiamo di perdere il nostro cane

Chi vive con un cane lo sa: non è “solo” un animale domestico. È una presenza quotidiana, un compagno di vita, un legame affettivo profondo che si costruisce nel tempo attraverso gesti semplici, routine condivise e una forma di comunicazione che spesso va oltre le parole.

Proprio per questo, a volte accade qualcosa di difficile da nominare: iniziamo a soffrire prima ancora che la perdita avvenga. Stiamo parlando della cosiddetta ansia anticipatoria del lutto.

Cos’è l’ansia anticipatoria del lutto

L’ansia anticipatoria del lutto è un’esperienza emotiva in cui si comincia a vivere il dolore della perdita prima che questa si verifichi realmente. Può emergere quando il cane invecchia, si ammala, o anche semplicemente quando diventiamo consapevoli della sua vulnerabilità.

Non si tratta di “esagerare” o di essere troppo sensibili. Si tratta, piuttosto, di amare profondamente.

Chi prova questa ansia può riconoscere alcuni pensieri o stati emotivi, tra cui:

  • paura intensa del momento della perdita
  • tristezza improvvisa mentre il cane è ancora presente
  • senso di colpa (“non sto facendo abbastanza per lui”)
  • bisogno di controllare, proteggere, prolungare il tempo
  • difficoltà a godersi il presente

Perché proviamo l’ansia anticipatoria del lutto?

Sono vari i motivi per cui si avverte questa ansia per il cane. Il legame con il proprio amico a quattro zampe è spesso caratterizzato da:

  • attaccamento sicuro e costante
  • assenza di giudizio
  • reciprocità affettiva immediata

In molti casi, il cane rappresenta anche una base sicura emotiva. Quando percepiamo che questa base potrebbe venire meno, il nostro sistema nervoso può attivarsi come se il pericolo fosse già presente.

In termini psicologici, è una forma di anticipazione del dolore: la mente cerca di prepararsi a ciò che teme, ma così facendo rischia di sottrarci il tempo che abbiamo ancora a disposizione.

Il paradosso dell’ansia anticipatoria del lutto: soffrire prima per difendersi dopo

Spesso, dietro l’ansia anticipatoria, c’è un tentativo (inconsapevole) di proteggersi, attraverso dei pensieri simili a questo: “Se inizio a soffrire adesso, forse farà meno male dopo.”
Ma l’effetto reale è diverso: si finisce per vivere due volte il dolore (prima e dopo). Non esiste un modo “giusto” di affrontare questa ansia, tuttavia ci sono alcune attività che possono aiutare:

  1. Riconoscere e legittimare ciò che si prova, dire a sé stessi: “È normale sentire questo, significa che questo legame è importante.”
  2. Tornare al presente: ogni volta che la mente va al “dopo”, provare a riportare l’attenzione al “qui e ora”, attraverso il respiro del cane e il contatto, o magari durante una passeggiata.
  3. Dare spazio all’amore, non solo alla paura. L’ansia tende a occupare tutto lo spazio. È utile ricordare che accanto alla paura c’è anche ciò che la genera: l’amore.
  4. Accogliere il limite. Una delle parti più difficili è accettare che la vita del nostro cane è, inevitabilmente, più breve della nostra. Questo limite non è un errore da correggere, ma una realtà da attraversare.
  5. Infine, condividere. Parlarne con qualcuno (amici, partner, terapeuta) aiuta a non sentirsi soli e a normalizzare l’esperienza.

Un lavoro più profondo: le parti di noi che temono la perdita

A volte, l’ansia anticipatoria si collega a esperienze più antiche: perdite passate, paure di abbandono, parti di noi che hanno già conosciuto il dolore e vogliono evitarlo.

In questi casi, può essere utile esplorare quale parte di te si attiva quando penso di perderlo. Cosa temi davvero? Di cosa avresti bisogno in questo momento?

In conclusione, amare un cane significa anche, prima o poi, confrontarsi con la sua perdita. Ma non è necessario iniziare a perderlo mentre è ancora accanto a noi.

Forse il gesto più gentile che possiamo fare, per noi stessi e per lui, è proprio questo: restare, finché c’è, pienamente nella relazione.

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Procedura immaginativa: cos’è e a cosa serve in psicoterapia

Entrare in contatto con sé attraverso le immagini interiori

Ci sono esperienze interiori che facciamo fatica a spiegare solo con le parole. A volte comprendiamo razionalmente ciò che ci accade, ma continuiamo a sentirci bloccati, confusi o lontani da qualcosa di importante dentro di noi.

In questi casi, la procedura immaginativa può diventare uno strumento terapeutico molto prezioso.
Si tratta di un modo per entrare in contatto con il proprio mondo interno attraverso immagini, sensazioni, emozioni e rappresentazioni simboliche, in uno spazio protetto e guidato.

Che cos’è la procedura immaginativa?

La procedura immaginativa è una tecnica utilizzata in psicoterapia che permette di accedere a livelli profondi dell’esperienza interiore. Non consiste nel “fantasticare” o nell’allontanarsi dalla realtà, ma nel dare forma a ciò che spesso dentro di noi esiste già, anche se non trova ancora parole chiare.

Attraverso l’immaginazione guidata, la persona può avvicinarsi a vissuti emotivi, memorie, conflitti interni, bisogni profondi o parti di sé che normalmente restano sullo sfondo. L’immagine, in questo senso, diventa una via di accesso alla comprensione.

Quando può essere utile questo metodo

La procedura immaginativa può essere utile in diverse situazioni, ad esempio quando una persona:

  • fa fatica a riconoscere o nominare ciò che prova;
  • sente di capire tutto “con la testa”, ma non riesce a sentire davvero;
  • vive blocchi emotivi o relazionali ricorrenti;
  • porta con sé esperienze dolorose o traumatiche;
  • desidera approfondire la conoscenza di sé;
  • ha bisogno di contattare risorse interiori più profonde.

In molti casi, questo tipo di lavoro aiuta a dare un significato più chiaro a ciò che si vive, rendendo più comprensibili dinamiche interiori che prima sembravano confuse o difficili da afferrare.

Come si svolge una seduta con la procedura immaginativa

Durante una seduta, il terapeuta accompagna la persona in una condizione di maggiore ascolto interno. A partire da una traccia o da un invito iniziale, si apre uno spazio in cui possono emergere immagini, scene, figure, luoghi, sensazioni corporee o vissuti simbolici.

Non esiste un contenuto “giusto” da produrre. Il punto non è performare bene, ma lasciarsi accompagnare in un’esperienza che permetta di osservare con maggiore vicinanza il proprio mondo interno.

Dopo la fase immaginativa, il lavoro prosegue attraverso il dialogo terapeutico: ciò che è emerso viene accolto, esplorato e collegato alla storia, al presente e alle difficoltà della persona.

Perché può essere così efficace

Molte esperienze profonde non vengono immagazzinate solo in forma narrativa o razionale. Spesso passano attraverso il corpo, le emozioni, le sensazioni e le immagini interne. Per questo, in alcuni momenti del percorso, lavorare anche in modo immaginativo può rendere possibile un contatto più autentico con ciò che si sta vivendo.

La procedura immaginativa può favorire:

  • maggiore consapevolezza emotiva;
  • accesso a ricordi e significati profondi;
  • integrazione di parti di sé in conflitto;
  • riduzione del senso di blocco interiore;
  • rafforzamento delle risorse personali.

Procedura immaginativa e trauma psicologico

In alcuni percorsi, la procedura immaginativa può essere utile anche nel lavoro sul trauma psicologico che spesso non si risolve da solo, purché venga utilizzata con attenzione, gradualità e nel rispetto delle risorse della persona. Quando un’esperienza è stata troppo intensa o difficile da elaborare, non sempre è sufficiente raccontarla: a volte è necessario avvicinarla in modo indiretto, simbolico e profondamente regolato.

Proprio per questo, il lavoro immaginativo non è mai qualcosa di standardizzato, ma viene sempre modulato sul momento della persona e sulla qualità della relazione terapeutica.

Serve avere una “buona immaginazione”?

No. Non è necessario essere particolarmente creativi o “bravi a visualizzare”. Ogni persona entra in contatto con il proprio mondo interno in modo diverso: qualcuno attraverso immagini nitide, qualcuno attraverso sensazioni corporee, altri ancora attraverso intuizioni, emozioni o scene appena accennate.

Anche questo fa parte del lavoro terapeutico: trovare il linguaggio interiore più adatto a ciascuno.

Il mio approccio alla procedura immaginativa

Nel mio lavoro clinico utilizzo e propongo il metodo della procedura immaginativa a Milano come uno degli strumenti che possono aiutare
la persona a entrare in contatto con sé stessa in modo più profondo. La inserisco all’interno di un percorso costruito con attenzione, rispettando tempi, difese, risorse e bisogni specifici di chi ho di fronte.

Non è una tecnica da applicare in modo rigido, ma una possibilità terapeutica che può aprire spazi di comprensione, contatto e trasformazione.

In conclusione, la procedura immaginativa è uno strumento delicato e profondo, che può aiutare a dare voce a ciò che dentro di noi non si lascia comprendere solo con il pensiero. In un contesto terapeutico sicuro, può diventare un modo concreto per avvicinarsi alle proprie emozioni, alle ferite del passato e alle risorse interiori che aspettano di essere riconosciute.

A volte, un’immagine interiore riesce a raccontare ciò che non siamo ancora riusciti a dire.

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